Violenza di genere: quando le relazioni diventano pericolose

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Articolo di Valentina Cosmi

In occasione dello splendido evento organizzato dalla ASP di Catania nel mese di novembre “La violenza di genere: dinamiche psicologiche, sociali e buone prassi”, ho avuto l’onore e il piacere di essere invitata a far parte di questa interessante giornata di studio, confronto e condivisione di quello che, ad oggi, è un Servizio di eccellenza del nostro Paese in merito al contrasto della violenza di genere.

Gli spunti della giornata sono stati molteplici: alcuni angoscianti (i numeri!), altri commoventi (le storie di resilienza di alcune donne e del servizio stesso!). Quello che ne è emerso è un quadro estremamente complesso in cui si intrecciano fattori personali, sociali, culturali, economici che predispongono o proteggono alla/dalla violenza. Alcuni fatti di cronaca noti a tutti, come il recente femminicidio di una giovanissima ragazza per mano del suo ex fidanzato, ha poi alimentato l’idea di sintetizzare qui alcuni punti salienti in materia.

Alcuni punti salienti

Problemi linguistici

Ancora oggi i reati legati alla violenza sulle donne vengono spesso definiti “reati d’amore”, per indicare cioè reati che, nella stragrande maggioranza dei casi, si realizzano all’interno di una relazione tra individui che hanno o hanno avuto un legame da loro stessi ritenuto importante. All’interno delle coppie, hanno di solito come personaggio principale attivo l’uomo e come protagonista passiva la donna (fra il 10% e il 50% delle donne ha subito violenza nel corso della propria vita da parte del proprio partner o ex-partner).

Il primo cambiamento culturale fondamentale dovrebbe essere quello di chiamare i fenomeni con il loro nome, in questo caso “reati d’odio”, affinché ci si possa rendere conto del peso di questi comportamenti che, come noto, con l’amore non hanno nulla a che vedere. Basti pensare che, nel mondo, la violenza rivolta verso le donne è la prima causa di morte e di invalidità, soprattutto nella fascia d’età 16-44 anni, ancor prima del cancro, degli incidenti stradali e della guerra. Parliamo cioè di una fascia d’età non solo molto ampia ma anche intimamente legata ad un momento di vita particolarmente “fertile” della donna, sotto tutti i punti di vista: biologico, umano, scolastico, professionale, famigliare.

Il silenzio

Quando l’autore di violenza è il partner (che come abbiamo visto è la stragrande maggioranza dei casi), più di un terzo delle donne non ne parla con nessuno; si stima infatti che meno del 20% delle donne che ha subito violenza fisica o sessuale in famiglia consideri la violenza fisica un reato. I dati restano inquietanti quando si parla di donne incinte, nel nostro Paese sono oltre il 15% le donne incinte che hanno subito violenza dal partner. Molte di loro coltivano l’idea, irrealistica, di un possibile cambiamento grazie alla gravidanza e alla nascita di un figlio.

I falsi miti

Più della metà delle donne stuprate non riconosceva la propria esperienza come tale, poiché non corrispondeva all’idea teorica e immaginata di stupro che spesso viene ritenuto tale solo in presenza di:

  1. alti livelli di aggressività dell’assalitore;
  2. strenua resistenza da parte della vittima;
  3. una relazione non intima tra i due.

Violenza di genere: fattori socio-culturali di rischio

Indipendentemente dalla presenza di situazioni disfunzionali nella propria storia personale, qualsiasi donna è a rischio di subire una forma di violenza nell’arco della vita e qualsiasi uomo può commettere questo tipo di reati.

Elementi cruciali di questo rischio sono i fattori socio-culturali legati al ruolo di genere: al modo cioè in cui ogni donna e ogni uomo si pensa in relazione al proprio genere di appartenenza.

Ad esempio, fattori di rischio per la donna sono aspetti quali: una esposizione a modelli socio-educativi che la vedono come soggetto dipendente e come subordinata all’uomo e che le affidano la funzione di cura materna nella relazione fra adulti, a scapito della reciprocità e della possibilità di fare richieste basate su propri desideri e bisogni.

Per l’uomo, invece, parliamo di fattori di rischio che comprendono un’esposizione a modelli socio-educativi che lo vedono come soggetto di potere e di controllo nelle relazioni affettive. All’interno di questi paradigmi culturali, l’identità maschile e la virilità sono basate fortemente sull’imposizione della sessualità-affettività e sulla distanza dalle proprie emozioni che, non riuscendo ad essere decodificate, vengono agite con la violenza.

Le cause dei legami disfunzionali

Ma cosa accade nella relazione tra due persone che sono unite da un legame importante? Dove si rintracciano le cause dei legami disfunzionali?

Proviamo a percorrere il filo che porta alla costituzione di una relazione sentimentale, dall’innamoramento al consolidamento della relazione stessa, passando attraverso aspetti sociali e culturali che caratterizzano i ruoli di genere.

L’innamoramento è un momento molto intenso, di grande attivazione sotto tutti i punti di vista (affettiva, sessuale, mentale). I sentimenti prevalenti sono quelli di felicità, euforia, ansia, annientamento di sé, che creano una sorta di vero e proprio sbandamento. In questi momenti, ad esempio, se avviene una separazione dall’amato/a c’è una perdita di benessere, che può causare uno stato di frustrazione difficile da gestire ed elaborare per chi, ad esempio, ha una determinata organizzazione di personalità. In questa fase di innamoramento si assiste spesso ad una sospensione delle valutazioni obiettive dell’altro/a, un aspetto questo che si riesce a recuperare solo in un momento successivo.

Gradualmente la fase dell’innamoramento si esaurisce per lasciare spazio ad una relazione sostenuta da uno scambio reciproco di condivisione di obiettivi, risorse, etc.

Quando due individui si incontrano, infatti, si incontrano anche aspettative, desideri, paure personali che si proiettano sull’altro e/o sulla relazione. Nelle coppie “sane” questi momenti sono occasioni necessarie per il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Nei rapporti patologi, invece, tendono a cristallizzarsi, bloccando i processi evolutivi ed alimentando le disfunzionalità.

Nel legame di coppia, di fatto, si incontrano difficoltà e problematiche personali di ciascun membro della coppia e, anche se la costituzione del legame avviene nel tentativo di risolverle, spesso vengono riproposti modelli appresi nell’infanzia (quello che Freud aveva definito “coazione a ripetere”).

Quando siamo di fronte ad un’idealizzazione primitiva del rapporto d’amore, si può sviluppare un attaccamento profondo, caratterizzato da improvvise e forti reazioni di delusione, in cui l’oggetto idealizzato viene trasformato in oggetto persecutorio. In questi casi, le richieste di soddisfazione dei propri desideri e delle proprie aspettative invadono la relazione con l’altro; l’altro diventa il mezzo attraverso cui si colmano le proprie mancanze primarie profonde. Qualsiasi rifiuto (reale o percepito) si può trasformare in un evento traumatico abbandonico, la rabbia non viene elaborata nelle successive fasi del lutto e si cristallizza, legando all’altro ogni attribuzione di responsabilità e colpevolizzazione. La violenza in questi casi diventa un atto scaturito dall’incapacità e dalla impossibilità di gestire ed elaborare le proprie emozioni che, non trovando una canalizzazione razionale (in parole, pensieri, riflessioni) frutto di una presa di consapevolezza, esplodono in modo distruttivo per annientare l’oggetto della relazione, considerato come causa del proprio malessere.

Conclusioni

Per concludere, l’aspetto fondamentale a cui siamo chiamati a rispondere come Società è quello di favorire un cambiamento culturale e sociale che oggi appare più che mai indispensabile. Il cambiamento deve essere necessariamente educativo: i comportamenti violenti si trasmettono tra le generazioni. La violenza subita e di cui si è stati testimoni da piccoli aumenta il rischio che il comportamento venga riprodotto da adulti. Figli di uomini violenti hanno una probabilità di divenire a loro volta violenti di sei volte maggiore rispetto agli altri.

Per queste ragioni è fondamentale che vengano attuati interventi educativi nelle scuole con un coinvolgimento attivo dei maschi nelle suddette iniziative, attraverso la formazione di operatori socio-sanitari e dei pubblici ufficiali. Parliamo ovviamente di interventi nelle scuole, su larga scala, che contemplino un’educazione alle emozioni, all’affettività, alle differenze di genere, un’educazione rivolta all’inclusività e alla accoglienza delle differenze, come ci ricordano tutte le organizzazioni mondiali che si occupano di salute e di benessere, oltre alla Millenium Declaration for Sexual Health.

Si tratta in altre parole di promuovere e favorire un vero e proprio cambiamento culturale che vede il nostro Paese ancora molto lontano dal raggiungimento di standard ritenuti sufficienti e accettabili a livello mondiale.

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