Articolo di Valentina Cosmi
Quando parliamo di dolore durante i rapporti sessuali facciamo riferimento a diverse possibili condizioni, a volte difficili da inquadrare e da comprendere. Tuttavia, per la donna che lo vive il quadro che ha di fronte è, purtroppo, piuttosto chiaro: soffre.
Negli ultimi anni, come esperti, ci siamo occupati sempre di più di un quadro clinico che oggi prende il nome di Dolore Pelvico Cronico (DPC): definibile come un dolore che può presentarsi in forma acuta o cronica, con modalità ciclica o non ciclica, che dura più di sei mesi. Il dolore si localizza nell’area pelvica ed è così intenso da causare una disabilità funzionale, rendendo necessaria una valutazione medica o, in alcuni casi, un intervento chirurgico. Tra i fattori eziopatogenici del dolore pelvico si rintraccia anche la vulvodinia, una condizione patologica che include un’ampia varietà di condizioni cliniche vulvari, con differenti eziologie e fisiopatologie, ma tutte con un sintomo comune: un dolore vulvare cronico.
Un po’ di storia
Il termine vulvodinia, ha radici storiche che risalgono al XIX secolo, deriva dal greco e significa letteralmente “vulva dolorosa”. La prima descrizione in letteratura risale al 1880, con il dott. Thomas, che la definisce come “un’eccessiva sensibilità delle fibre nervose deputate all’innervazione della mucosa vulvare in una parte ben precisa della vulva stessa”. Questa descrizione iniziale rifletteva un approccio molto medico, focalizzato sulla sensibilità locale e suggeriva l’esistenza di una disfunzione neurologica specifica a livello della vulva.
Questa definizione si è lentamente evoluta, fino ad arrivare a quella del 2015 in cui è stata introdotta una nuova classificazione e terminologia del dolore vulvare persistente e della vulvodinia. Questa revisione sottolinea la complessità fenomenologica e eziopatogenica del disturbo. La nuova classificazione distingue tra il dolore vulvare causato da cause specifiche (infettive, infiammatorie, traumatiche, neurologiche, ormonali, etc.) e la vulvodinia come entità di dolore vulvare della durata superiore a tre mesi senza una causa identificabile, ma con possibili fattori associati che coinvolgono altri organi e sistemi (vescica, intestino, apparato muscolo-scheletrico), un aspetto che risulta cruciale per un approccio terapeutico personalizzato per ogni paziente.
Dolore Pelvico Cronico: peculiarità, etiologia e incidenza
Sebbene nella pratica clinica si senta parlare sempre più spesso di Dolore Pelvico Cronico e la comunità scientifica abbia raggiunto un accordo rispetto ai criteri diagnostici, la reale incidenza di tale problematica nella popolazione femminile risulta, purtroppo, difficile da definire. In molte donne, la diagnosi di DPC non viene formulata oppure viene formulata con notevole ritardo sia per l’assenza di un’adeguata comunicazione della problematica tra paziente e medico, sia per una banalizzazione e/o una lettura psicogena dei sintomi che comporta un ritardo nella consultazione medica, la quale solitamente avviene in presenza di un dolore ormai divenuto intollerabile.
Da un punto di vista epidemiologico, la prevalenza del DPC varia da Paese a Paese, in virtù della multi-eziologia associata, della distribuzione per fasce d’età e della durata della sintomatologia dolorosa. Si stima che, nel nostro Paese, il DPC interessi il 26% delle donne in età fertile (Quotidiano Sanità, 2022).
Il dolore è un’esperienza soggettiva complessa che si associa a rapide modificazioni neurovegetative, affettivo-emotive e cognitive, in cui si riconoscono cause biologiche, psicologiche e correlate al contesto. Tra le cause biologiche, l’infiammazione cronica è il fattore che più predispone al dolore cronico. In linea generale, il dolore può essere visto come un alleato della salute quando ci avverte di un danno in corso ma, trascurato, può diventare un nemico perché diventa malattia in sé.
In questo senso, giocano un ruolo fondamentale i tempi con cui viene effettuata la diagnosi. Infatti, un aspetto critico nella cronicizzazione del DPC e del suo viraggio verso il dolore cronico di tipo neuropatico è proprio il ritardo diagnostico con cui le donne sono costrette a confrontarsi.
Alla base del Dolore Pelvico Cronico poi raramente ritroviamo un’unica causa specifica, si tratta piuttosto di una sindrome multifattoriale che può essere dovuta a patologie legate all’apparato riproduttivo (quale endometriosi, vulvodinia, etc.), al sistema urogenitale (cistite, infezione cronica delle vie urinarie, etc.), al sistema gastrointestinale (sindrome dell’intestino irritabile, celiachia, etc.), al sistema muscolo-scheletrico (lombalgia, fibromialgia, etc.) o a disturbi neurologici (herpes zoster, ernia del disco, etc.). A tali problematiche di natura medica si possono poi sommare fattori psicologici quali: depressione, stress cronico, ansia, disturbi della personalità, abusi sessuali e/o fisici che possono andare ad acuire la percezione del dolore cronico.
Tra i fattori eziopatogenici del Dolore Pelvico Cronico troviamo la vulvodinia, che è una condizione patologica che include un’ampia varietà di condizioni cliniche vulvari, con differenti eziologie e fisiopatologie, ma tutte con un sintomo comune: il dolore vulvare cronico. La vulvodinia può essere classificata come generalizzata, estesa a tutta l’area vulvare, o circoscritta a specifiche zone, come l’area vestibolare, il clitoride (clitoralgia) o a porzioni limitate della vulva. Il dolore può manifestarsi in due modalità: in modo spontaneo (vulvodinia spontanea) o in seguito ad un contatto fisico (vulvodinia provocata), come durante il coito, a causa di indumenti stretti, dell’uso dello speculum ginecologico o degli assorbenti. Le due forme possono ovviamente essere coesistenti.
Sebbene la vulvodinia colpisca tra il 12% e il 16% delle donne nel corso della loro vita, la sua incidenza potrebbe essere sottostimata a causa della scarsa consapevolezza tra medici e pazienti. Questa mancanza di riconoscimento comporta ritardi diagnostici significativi, con circa il 30% delle donne affette che non riceve mai una diagnosi. Il dolore vulvare è spesso considerato una condizione invisibile sia clinicamente, perché non presenta alterazioni evidenti nei tessuti vulvari, sia socialmente, poiché molte donne affrontano il dolore in solitudine, senza supporto medico e sociale. Il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) non ha, purtroppo, ancora riconosciuto la vulvodinia come condizione clinica invalidante, lasciando molte donne senza accesso a cure specialistiche, nonostante l’impatto significativo sulla loro qualità di vita fisica, psicologica e sessuale. Il compito degli esperti nel prossimo futuro, insieme all’attenzione e alla ricerca costanti, sarà quello di favorire l’inserimento di questi quadri clinici almeno all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), in modo da non perpetuare uno stato di discriminazione e di solitudine che attualmente le donne con queste condizioni si trovano a sperimentare.

