Articolo di Alessandra Recine
In una società dove tutto è tendenzialmente all’insegna della velocità e della fugacità, i social network hanno modificato il nostro modo di percepire il tempo e lo spazio, facilitato connessioni e incontri con nuovi possibili partner promuovendo la nascita di relazioni più flessibili, variegate e, per dirla alla Bauman, molto più “liquide”.
Proprio attraverso i social network, le app di incontri – ma anche nella quotidianità – non è raro che accada di incontrare una persona con cui sembra scattare un interesse reciproco. Poi, però, col passare dei giorni, potremmo renderci conto che i messaggi che manda sono incoerenti e sporadici, i programmi sono vaghi, gli appuntamenti organizzati all’ultimo minuto e così l’entusiasmo inizia ad affievolirsi, anche se l’altro è ancora lì, non è completamente assente.
Quando poi siamo sul punto di mollare, di prendere le distanze, ecco che l’altro ricompare con un like, un messaggio contenente un complimento o la promessa di vedersi presto. Questo comportamento, non sufficiente per costruire una relazione solida ma abbastanza per mantenere l’altra persona in sospeso, è conosciuto come benching.
Cos’è il benching?
Il termine benching deriva dall’inglese “to bench” e letteralmente significa “mettere qualcuno in panchina” proprio come si fa nello sport quando un giocatore viene messo in riserva senza essere completamente escluso dalla squadra.
In ambito relazionale, il termine si riferisce a quel comportamento per cui una persona mantiene un potenziale partner in uno stato di incertezza e attesa, con il fiato sospeso, speranzoso, in una sorta di limbo affettivo. In pratica, il “bencher” continua a mostrare interesse sufficiente per mantenere il contatto attraverso un messaggio inviato di tanto in tanto, un like che spunta improvvisamente sui social network, col fine ultimo di non far perdere a chi sta dall’altra parte una flebile scintilla di speranza che possa aver cambiato idea riguardo la possibilità di tessere un rapporto sentimentale. Nel frattempo però, il bencher molto spesso si guarda intorno, flirta oppure intesse conoscenze con altre persone stando però ben attento a non far evolvere uno di questi rapporti in qualcosa di serio e concreto.
Cosa si nasconde dietro il benching?
Il benching è primariamente sostenuto da una profonda ambivalenza relazionale nel bencher. La persona infatti desidera i benefici dell’interazione emotiva o fisica (validazione, ego-boost, compagnia), ma è riluttante o incapace di assumersi l’onere dell’impegno, della vulnerabilità emotiva e della potenziale perdita o fallimento che comporta una relazione affettiva ben definita.
Il bencher ha fame di conferme e, proprio per questo, cerca di mantenere il proprio ego alimentato dall’attenzione e dall’affetto di più persone. In altre parole, sapere che dall’altra parte, sulla panchina, ci sono persone disponibili costituisce un modo per sentirsi desiderati e importanti senza però dover affrontare le responsabilità e i rischi di un vero impegno emotivo.
Inoltre, per il bencher, mantenere qualcuno in panchina può generare l’illusione di controllo e di potere, evitando il confronto con le proprie insicurezze o paure dell’involo derivante dalla nascita di un legame.
Paradossalmente, chi mette in pratica il benching potrebbe essere guidato anche da una profonda paura dell’abbandono. Tenere in piedi e in “attesa” più di una potenziale relazione può costituire un meccanismo di difesa per evitare al bencher di sentirsi solo o rifiutato. In questo modo, si crea una rete di sicurezza emotiva che, però, spesso finisce per ferire tutte le parti coinvolte.
Conseguenze del benching per chi resta in panchina
Come abbiamo visto, il bencher ha un fare ambiguo, vago, evasivo, per nulla trasparente, poco onesto e sincero. Può alternare momenti di vivo interesse e attenzione accompagnati da promesse e lusinghe e da una presenza sia affettiva che fisica, ad atteggiamenti di indifferenza, assenza oppure persino di netto rifiuto. Questo fa sì che chi sta dall’altra parte viva un costante stato di incertezza e di dubbio, si senta perennemente in bilico, attaccato ad un filo, quello della speranza che l’altro si faccia vivo.
Chi cade nella trappola poi può finire molto spesso per diventare un passivo spettatore dipendente in tutto e per tutto dalle mosse e dalle intenzioni del bencher. Di fronte a tanta incertezza, la vittima può sperimentare vissuti di ansia e frustrazione, sentirsi profondamente svalutata poiché può percepire se stessa come un ripiego, come una sorta di ‘ruota di scorta’, quasi come una persona costretta a elemosinare amore, attenzione e interesse.
La possibile competizione con altre/i eventuali rivali poi, potrebbe generare un vissuto di malessere e ansia che, anziché portare la persona a desistere dal voler avere accanto quel partner, può talvolta far scattare il desiderio di primeggiare, di dover essere il/la migliore fra tutti/e, colui o colei che merita di essere scelta, aggiungendo frustrazione all’ansia già presente.
A farne le spese è anche l’autostima che, in uno scenario di questo tipo, viene fortemente minata e non è raro che a questo si associno anche dei pensieri autocolpevolizzanti. Può anche accadere che lo stress emotivo trovi un canale espressivo nella dimensione corporea mediante la comparsa di disturbi psicosomatici, dove l’apparato digerente (ad esempio, lo stomaco) è spesso la sede principale.
Non si vuole impegnare? Tre domande da fare a voi stessi
Nella prigione relazionale che il benching crea, chi ne è vittima e desidera uscirne può sicuramente provare a porsi alcune domande:
- Perché accetto questa situazione? Riflettere sulle motivazioni che ci inducono a restare all’interno di una relazione in cui non ci sentiamo sufficientemente apprezzati e visti può essere illuminante. Spesso, l’accettazione di un rapporto ambiguo può essere legata a motivazioni profonde quali la paura della solitudine e/o il timore di non meritare poi così tanto su un piano affettivo. È importante quindi chiedersi se la scelta di restare in una relazione così svilente sia legata all’evitamento del confronto con queste paure.
- Che bisogni sto cercando di soddisfare? Identificare i bisogni emotivi che la relazione, per quanto ambigua, soddisfa può aiutare a comprendere meglio perché si rimane in essa. È la compagnia? La validazione? La speranza di un futuro migliore? Oppure non sono realmente pronto per impegnarmi? Comprendere questi bisogni può essere il primo passo per cercare modi più sani di soddisfarli.
- Posso ambire a qualcosa di più? Spesso, ci accontentiamo perché non crediamo di poter avere di meglio. È importante ricordare che ognuno merita una relazione che offra rispetto, chiarezza e impegno reciproco.
Come superare il benching?
Il benching rappresenta una forma subdola di manipolazione relazionale che, pur non configurandosi come abuso conclamato, come abbiamo visto può avere conseguenze psicologiche significative.
Attraverso un fiducioso percorso psicologico è possibile gradualmente identificare chiaramente i segnali distintivi del benching, interrompere quindi l’attesa passiva, elaborare e superare i profondi e delicati vissuti emotivi legati al sentirsi sempre una riserva per l’altro, stabilire confini emotivi chiari per tornare gradualmente a tessere relazioni sentimentali più consapevoli e sane.

