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"Amo i miei bambini, solo non vorrei essere la loro madre". Storie di donne e maternità controverse

Alessandra Recine e Valentina Cosmi

Maternita Controverse


È risaputo ormai che ogni essere umano possa sperimentare rimpianti e ripensamenti; ci si può pentire di molte cose: di essersi lasciate sfuggire un'occasione lavorativa, del percorso di studi intrapreso, di aver rinunciato ad un viaggio, di aver lasciato un uomo. E di aver messo al mondo un figlio? Di essere diventate madri? Contrariamente a ciò che siamo portati a pensare, rimpiangere la vita passata e pentirsi di aver avuto dei figli è un'esperienza che tocca molte donne, anche se il fenomeno è piuttosto sommerso. Orna Donath, sociologa israeliana e ricercatrice della Ben Gurion University, ha condotto una interessante ricerca, pubblicando successivamente un saggio dal titolo Regretting Motherhood nel quale ha raccolto e analizzato le storie di 23 donne israeliane che con fermezza hanno dichiarato di essersi pentite di essere diventate madri.

Il conflitto tra l'amore per i figli e il rimpianto per la vita passata

"Amo i miei bambini...Solo non vorrei essere la loro madre" afferma Charlotte, divorziata, 44 anni e madre di due figli. Doreen, 38 anni, divorziata e madre di tre bambini, dice che prima di rimanere incinta non sentiva nè il bisogno, nè il desiderio di diventare madre. Eppure le è successo. E come lei altre donne tra quelle intervistate dalla sociologa sono diventate madri in modo "automatico", senza riflettere sulle conseguenze, o solamente perchè concepire un figlio è visto come una sorta di passaggio "naturale" dopo il matrimonio. Oggi, queste 23 madri di diversa età e status sociale sono accomunate dagli stessi sentimenti espressi, ad esempio, da Doreen "Mi piacerebbe molto non avere figli. Nessuno dei tre [...] Rinuncerei a loro, totalmente. Veramente. Senza battere ciglio. Ed è difficile per me ammetterlo, perchè li amo. Molto. Ma mi piacerebbe farne a meno". Vissuti ambivalenti di odio e amore uniti alla vergogna e al senso di colpa dettati dal rimpianto nei confronti della loro maternità sembrano coesistere in queste donne. Il conflitto tra l'amare immensamente i propri figli e volere indietro la vita passata, rivela la loro difficoltà ad accettare una nuova condizione di vita in cui i figli rappresentano una linea di confine tra il passato e un presente che, probabilmente, non è come lo immaginavano.

Maternità uguale felicità?

Regretting Motherhood quindi tenta di fissare i riflettori su una realtà poco considerata poichè vista come un tabù dalla nostra società: non sempre maternità è sinonimo di felicità per una donna. Del resto l'argomento era già stato trattato nel 2007 da un'altra donna, Corinne Maier, scrittrice e psicanalista francese, che nel testo "No Kid. Quarante raisons de ne pas avoir d'enfant" ("No Kid. Quaranta motivi per non avere figli", edito da Michalon) aveva cercato di sfatare le "gioie" della maternità mettendo in luce tutte le incombenze connesse a questa condizione. In Italia e più in generale in Europa, molte donne diventano madri non perchè avvertano un reale desiderio ma perchè la società associa inesorabilmente il concetto di donna a quello di mamma, e lo sanno bene coloro che scelgono invece di non avere figli, dovendo affrontare gli sguardi basiti di chi non riesce a concepire come sia possibile non avere il tanto chiacchierato "istinto materno". Nella cultura medio-orientale, in particolare, la possibilità per una donna di scegliere se diventare o meno madre sembrerebbe non essere affatto contemplata. Infatti, in uno Stato come Israele mettere al mondo dei figli è un atto dovuto da parte delle donne; e così, fatto il primo si passa al secondo e poi al terzo sia per rispondere ai bisogni dello Stato ma anche per aderire ad un modello culturale che definisce una famiglia tale solo se sono presenti più figli. Sebbene nella cultura occidentale e in quella medio-orientale la concezione della donna e della famiglia sia molto diversa emerge comunque un filo conduttore che accomuna le donne: una maternità che, sempre più spesso, viene difficilmente vissuta come "scelta" consapevole, quanto piuttosto come qualcosa di imposto dalla cultura e dai canoni della società di appartenenza. Una ricerca, quindi, quella della Donath, così come quella della Maier prima di lei, che meriterebbe una maggiore diffusione ed un approfondimento ulteriore, affinchè la possibilità di diventare madri e il vissuto legato alla genitorialità possano gradualmente arrivare ad essere una scelta consapevole e non un desiderio indotto da un sistema culturale che per le ragioni più disparate ancora oggi fa fatica a separare il binomio donna-madre.